domenica, 01 novembre 2009

Arrivederci e grazie

La decisione è definitiva: il blog chiude i battenti. Ma non verrà cancellato, semplicememente non sarà più aggiornato. 

Non basteranno mai queste poche righe per ringraziare tutti voi per i momenti passati "insieme".  Mi rammarico solo che negli ultimi tempi ho dedicato poco tempo a internet, ma non ho dimenticato gli amici migliori. Tuttavia la mia esperieza di blogger non si conclude qui, ma prosegue nel più ampio contesto del mio nuovo spazio,

www.revisionare.blogspot.com

Sursum Corda  !!!!
CeccoPeppe alle 11:54 in:
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sabato, 19 settembre 2009

La Padania

Consiglio a chiunque passi di qui: ogni martedì e sabato su "La Padania" un editoriale di revisionismo risorgimentale. Vale la pena acquistare il giornale ( dalle mie parti, nel nord della toscana, si trova facilmente)

La Lega può non piacere, ( non piace neanche e me), ma fino a prova contraria è l'unica forza che promuove iniziative culturali di questo tipo

CeccoPeppe alle 14:28 in:
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venerdì, 04 settembre 2009

Proposta per il 150° anniversario dell'Unità

Dato che negli ultimi mesi la questione dei preparativi per festeggiare  il 150° anniversario dell'Unità d'Italia è entrata nel dibattito politico e culturale, anche noi ci sentiamo autorizzati a dire la nostra. Mentre intellettuali liberali e progressisti criticano il governo, colpevole di non avere ancora ideato progetti adeguati all'importanza dell'evento, e l'opposizione critica le proposte della Lega, (alcune condivisibili, altre effettivamente vere e proprie boutade estive) anche noi facciamo la nostra, provocatoria, proposta: perchè invece delle solite mostre volte a rinverdire una centocinquantennale retorica non un bel museo per le vittime di Garibaldi e Cialdini?

E pazienza se fior di intellettuali rideranno di noi, parlando con malcelato disprezzo di questa "moda" di fare del revisionismo, di rivalutare l'Austria e Ceccobeppe, i Borbone e il Papa Re. In effetti, per concludere, ho l'impressione che gli apologeti dell'epopea risorgimentale, di fronte all'incalzante avanzare delle teorie revisioniste, finiscano per difendere le loro tesi tautologicamente, ossia: i valori del risorgimento sono... il risorgimento stesso. Questo è quello che traspare anche attraverso i dibattiti sui giornali (che stano aumentando, e aumenteranno ancor man mano che ci avvicineremo al 2011). Potrei citare,a riprova di ciò, la recente risposta di Cervi ad un altro articolista de "il Giornale", o ancora la risposta di Galli della Loggia allo studente della Lega che alcune settimane fa scrisse al "Corriere". Questa in particolare, a mio avviso, ha peccato di parzialità. Solo due esempi: se G d L ha gioco facile nel ricordare che nel regno Lombardo Veneto esisteva un tribunale speciale che poteva emettere condanne senza processo, avrebbe egli dovuto anche ricordare i morti di Milano nel 1898, come minimo. E se ha scritto che ora l'Italia unita è uno degli stati più ricchi del mondo, avrebbe anche dovuto specificare che non è sempre stato così, almeno per rispetto a quei venti milioni di disperati meridionali che dopo il crollo del regno borbonico lasciarono la terra dei padri in cerca di fortuna nei nuovi mondi ( in effetti l'emigrazione italiana ha avuto i suoi picchi guarda caso proprio tra la fine dell'800 e l'inizio del '900)

 

CeccoPeppe alle 17:40 in:
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sabato, 15 agosto 2009

Duecentoquarant'anni fa nasceva Napoleone Bonaparte

Posto questo articolo di Gabriele Adinolfi, tratto dal sito www.noreporter.org, con la speranza di scatenare una discussione costruttiva. Il tema è interessante: si tratta della figura di Napoleone analizzata da un punto di vista molto diverso dal nostro (noi rappresentiamo il mondo reazionario stigmatizzato da Adinolfi nelle righe dell'articolo). Confrontandoci con le considerazioni di un importante pensatore, possiamo di certo arricchirci a vicenda. Aspetto commenti

 

Duecentoquarant'anni fa, nel giorno di Ferragosto, nasceva ad Ajaccio l'uomo che avrebbe restituito all'Europa dignità, entusiasmo, coscienza e speranza: Napoleone Bonaparte. Francese per caso, poiché la Corsica era stata ceduta alla Francia solo un anno prima della sua nascita, il Corso si dimostrò l'uomo della Provvidenza.

 

Tra Repubblica e Monarchia

 

Giovane ufficiale di artiglieria, fu colto dalla tempesta della Rivoluzione Francese. Di simpatie repubblicane – sognava di fare della Corsica un'indipendente “repubblica spartiata” - ma di valori nobili e guerrieri, il futuro uomo della Sintesi si trova, durante la guerra civile, ad avere simpatie tanto per la sinistra giacobina quanto per il ribellismo vandeano. Si oppone però tanto al Terrore repubblicano quanto alle manovre degli Emigranti che collaborano con l'Inghilterra. Il caso gli consente di essere chiamato a contrastare, e a sconfiggere, i monarchici filo-inglesi sia a Tolone sia più tardi a Parigi: ciò, unito alle sue indiscutibili capacità di condottiero militare che l'epoca turbolenta mise in risalto nelle guerre nazionali contro le coalizioni nemiche, lo proiettò nel proscenio politico. Tanto era il disprezzo che provava per il partito degli Emigranti quanto l'ammirazione che gli ispiravano i ribelli per Dio e per il Re: i vandeani che si rifiutò di combattere e gli stessi Chouans cui offrì, una volta al potere, ruoli di prestigio e di comando nell'armata imperiale dopo aver promulgato l'amnistia nei loro confronti.

Provvisto di quella rara capacità d'intendere le cose in modo inclusivo e sintetico, e d'interpretarle con quell' et et che si contrappone all' aut aut, qualità che, più tardi, sarà tipica di Mussolini, Napoleone era l'uomo giusto per ricomporre l'unità di una nazione spaccata, insanguinata e prostrata sotto il fanatismo pandemico. Colse della Repubblica quanto c'era di positivo e di equo, e della Monarchia quanto vi era di verticale e di etico. E all'una e all'altro aggiunse il concetto romano e ghibellino, da tempo smarrito, di Imperium.

 

Imperatore

 

Fu così che si fece Imperatore. Contrariamente a quanto ebbero ad affermare, e di solito per ignoranza insistono a fare, i suoi gelosi detrattori, l'Empereur seppe distinguersi anche simbolicamente da quella che essi definiscono sovversione. La Corona, per esempio, la fece consacrare a Notre-Dame dal Papa; se la mise egli stesso sul capo – indicando con ciò la ripresa dello spirito ghibellino fondato dagli Ottoni – ma non sostenne mai che fosse di provenienza democratica. “Dio me l'ha data e guai a chi la tocca!” indica chiaramente qual era il pensiero del Bonaparte capace d'intendere l'alto dov'è l'alto e il basso dov'è il basso.

Era stato anche l'autore del primo Concordato e il liquidatore dello “stato civile” del clero. Sarà con delusione, sconcerto e rabbia che apprenderà la decisione di Pio VII di predicare la rivolta contro di lui nel momento in cui è chiamato a far fronte alla minacciosa Quinta Coalizione. Non si spiegherà perché mai il Papa abbia scelto il partito inglese che pure, noterà Napoleone, è anticattolico e abbia così stretto alleanza con i protestanti, gli ortodossi e gli israeliti. Il suo sgomento deve essere stato pari a quello di Federico II, scomunicato per aver conquistato il dirttto per i cristiani di recarsi al Santo Sepolcro!

Per entrambi rendersi conto di quanto il potere temporale e soprattutto l'avversione all'idea dell'Imperium nel Papato prevalesse su tutte le considerazioni di fede e di giustizia, deve essere stato motivo di stupita sofferenza.

 

Napoleone e gli ebrei

 

Napoleone aveva un'intelligenza fuori dal comune e anche una cultura profonda; la medesima che lo spinse a scegliere regolarmente simboli solari, a partitre dall'ape scelta come emblema di famiglia.

Nel 1806 Bonaparte decise di convocare le gerarchie religiose ebraiche per risolvere una questione di fondo. Gli ebrei avevano ottenuto la cittadinanza durante la Rivoluzione e l'Empereur pretendeva da loro che in cambio decidessero se considerarsi francesi e, quindi, non praticare usura verso tutti gli altri cittadini, o se non considerarsi francesi affatto: una duplicità era inconcepibile. Avendo letto il Talmud, preoccupatosi di quanto vi si afferma, egli vergò personalmente e fece sottoporre al Sinedrio un questionario meticoloso in dodici punti che dovevano determinare la scelta incondizionata di francesizzazione e il rigetto del particolarismo. La comunità ebraica rispose all'intento napoleonico spaccandosi letteralmente in due.

Contemporaneamente però Bonaparte si trovò a far fronte, come ogni altro sovrano, al potente sindacato di banchieri che in Francia faceva innanzitutto gli interessi inglesi. Era composto da Labouchère, Boyd, Hope di Amsterdam, Bethmann di Francoforte, socio dei Rothschild, Parish di Amburgo e Baring di Londra. Napoleone concepì un'azione a raggio europeo per porre freno all'usura e per eliminare i privilegi del feudalesimo finanziario. Questo lo rese il nemico per eccelenza della casta finanziaria che faceva capo ai Rothschild i quali sostennero economicamente ogni impresa anti-napoleonica, che ancor oggi taluni confondono come “tradizionalista”.

Il ricordo della sfida bonapartista è rimasto indelebile nelle cerchie della nobiltà di danaro. Nel 1938 il rabbino di New York, parlando in nome del Congresso Ebraico, nel predicare la guerra mondiale contro il fascismo italo-tedesco, che il Cfr - ovvero il centro privato che decide la politica americana a nome die poteri forti - sta preparando meticolosamente già dal 1933, dirà: “Per liquidare Napoleone ci abbiamo messo vent'anni, per il fascismo ne impiegheremo cinque”. Il conto non è preciso (rispettivamente sono sedici e sei) ma la profonda connessione e la continuità tra i due fenomeni popolari, nazionali, europei, antispecualtivi e ghibellini è ben chiara a chi sente i propri privilegi oligarchici e particolaristi minacciati dall'Imperium. Meno chiara lo è stata per diversi intellettuali di estrema destra eccessivamente “testacchioni” e astratti.

 

La Santa Finanza

 

Non solo il rabino di New York ha visto giusto, ma tutto quanto la destra tradizionalista ha preteso a proposito di Napoleone e del fronte “tradizionale” è proprio l'inverso del reale. Al di là delle tante mistificazioni e calunnie degli storiografi di parte, vanno considerati i fatti.

Le calunnie sono innumerevoli; la più comune riguarda l'appartenenza massonica dell'Empereur che però non risulta da nessun elemento concreto ma viene data per scontata dallo schema semplicistico, contrario ad ogni autocritica, che è proprio all'ideologia controrivoluzionaria che abbisogna di giustificazioni esterne e maligne per spiegare il proprio declino e mascherare la propria debolezza. E' poi singolare che il Corso venga considerato massone senza alcun elemento incontrovertibile a sostegno di questa tesi quando invece di quel Napoleone III, che lo era realmente, e che schiacciò la Repubblica Romana per conto di Pio IX, si ha la tendenza a dimenticare l'obbedienza di loggia.

I fatti sono eloquenti molto più delle speculazioni ideologiche. Quello principale è che a contrastare Napoleone e poi a costituire il sistema definito “in ordine” che sarà garantito dalla Santa Alleanza sono proprio i banchieri, i classisti, le logge protestanti e le cerchie guelfe. Dopo Napoleone in Europa prese infatti a regnare incontrastata la dinastia dei Rothschild; la Restaurazione che, nel nome del Trono e Altare, s'impose nel continente fu, in realtà, il regno della Santa Finanza.

Ancora una volta lo schema dei controrivoluzionari si è mostrato fallace, perché dogmatico, schematico, non inclusivo e privo di capacità di sintesi. Sicché così come la Rivoluzione Francese era stata innanzitutto opera della nobiltà e del clero (che si erano ribellati alla tassa del ministro Polignac sui loro possedimenti terrieri), la Restaurazione sarà la riproposizione degli schemi sociali precedenti l'89 in un sistema tecnologicamente e finanziariamente rinnovato. La nostalgia dell'Ancien Régime si spiega innanzitutto per i sapori e i ritmi di un'epoca pre-industriale; che tuttavia quello fosse già tarato in sé e in buona parte marcio ci si dimentica troppo spesso di considerare; ciò accade sia nelle valutazioni sulle cause scatenanti della Rivoluzione Francese, sia nelle valutazioni del poi. Quegli schemi sociali e culturali non potevano essere altri che quelli che poi hanno prodotto il Bilderberg, e lo dimostrarono già nel 1815 quando si produsse un ordine multinazionale oligarchico che ne è l'antenato legittimo.

 

Nobiltà eroica

 

Un altro modo di vivere la modernità, nello spirito guerriero e nella ripresa di una continuità con i Patres, ciò che, in poche parole, caratterizzerà i fascismi, è già pienamente espresso nel bonapartismo. Che non è egualitarismo ma equità, che esprime nuove nobiltà e le seleziona sui comportamenti, in particolare su quelli eroici. Che collega la figura del Cesare, garantita dalla fedeltà incondizionata degli eserciti “plebei”, a un popolo che da lui pretende, ed ottiene, la moderazione dei potenti, la giustizia, la lotta ai soprusi. In quello spirito va a formarsi e saldarsi l'idea di popolo e nazione come fascio di energie e di virtù, come comunità di destino.

Questa è la chiave per comprendere il consenso incondizionato e generale di cui godé sempre Napoleone. Tutto il resto non fa che spiegare e qualificare questa magia centripeta del fascio.

Il valore, la generosità, l'animus, l'intelligenza di colui che incendiò il mondo, che valorizzò il genio e l'intendenza, i servizi medici, l'assistenza, le pensioni per gli invalidi, di colui che debellò le pestilenze con le nuove normative sulle sepolture, sono tutti aspetti di un'unità che è fatta di eroismo e partecipazione: ovvero di Tradizione in senso pieno, opposta al museo delle cere formato dalle vetuste caricature care ai mediocri innalzati sui trampoli. Rimodellare il corpus sociale sulla base delle qualità reali, e nei princìpi dell'eroismo, mettendo a soqquadro le piramidi della mediocrità: ecco il senso profondo della rivoluzione napoleonica e la più grande analogia che essa ha con quella hitleriana.

 

L'acceleratore?

 

Conosciamo l'obiezione dei controrivoluzionari più intelligenti: Napoleone sarebbe stato l'acceleratore della modernizzazione e avrebbe inquinato, con il Codice Civile che solitamente aborrono, l'ordinamento “tradizionale” di un'Europa che si vuole fosse sonnecchiante. Molto ci sarebbe da ridire sulla confusione che si fa tra “tradizionale” e “arcaico”, vieppiù se si va a indagare sulle origini di certi ordinamenti “tradizionali” che si rivelano molto più sovvertitori di quanto s'immagini. Ma lasciamo questa diatriba ad altro momento e altro luogo; il fatto reale è che Napoleone si è inserito sulla vincente ondata giacobina – che non ha prodotto - che risultò trionfante sulle non motivate coalizioni internazionali, rettificandola e indirizzandola verso tutt'altri lidi. E comunque nel gioco geopolitico ma anche ideologico che si è sviluppato a partire dalle guerre di successione e che si è intensificato ai tempi della Rivoluzione Americana, tra gli ordinamenti contrapposti, i napoleonici, quelli democratici e quelli dei restauratori, non vi è dubbio che siano i primi ad essere i migliori da tutti i punti di vista, ivi compresi quelli tradizionali.

 

 

Popoli e schemi

 

Se gli schemi possono aiutarci a interpretare la storia questa però, spesso, li ignora. Così come diversi popoli nordici saranno più restii che entusiasti alla proposta di rinascenza razziale hitleriana che troverà invece una forte adesione araba ma anche in popoli asiatici, la scelta di campo nei confronti dell'Empereur non si può risolvere in base a questioni culturali o concezionali. Se la Spagna e il Tirolo, per esempio, gli saranno ostili in nome di Trono e Altare, la cattolicissima e ultramonarchica Baviera gli sarà fedele.

La sua concezione di Impero Europeo – che vede minacciato dalla potenza marittima britannica e dalle orde asiatiche da est – dividerà i popoli. Anche nel provocare reazioni patriottiche di stampo nazionalpopolare sarà comunque Napoleone a fare da lievito. In una volontà di riscatto speculare si fonda il nazionalismo tedesco codificato da Fichte. C'è lì lo spirito völkisch che in Napoleone, più latino, è a dir poco sfumato; più nazista, di già, il nazionalpopolarismo germanico, più fascista quello francese ispirato dal Corso.

 

Saint-Paulien

 

Passata la tempesta che spaventò banchieri, oligarchi, e in particolare la perfida Albione (avete mai visto quanti monumenti a Wellington e a Nelson ci sono a Londra? Indice di come gli inglesi abbiano temuto l'azione del Bonaparte) si è cercato di farne dimenticare l'artefice. A questo escamotage ricorsero dopo essersi resi conto che le calunnie più gratuite e infondate potevano poco per scalfire l'immagine di Napoleone in un'epoca in cui il battage televisivo era sconosciuto e perciò la menzogna meno facile da inculcare. Ci sono voluti oltre due secoli perché la sua presenza palpabile iniziasse, però, a divenire più sfumata e lontana. L'amore del popolo francese e di molti altri popoli per l'Empereur è rimasto saldo, indelebile. Ne “I leoni morti”, che racconta la battaglia di Berlino e la difesa estrema del cuore dell'Europa da parte dei volontari francesi della Charlemagne, Saint-Paulien fa cantare ripetutamente ai giovani volontari francesi un peana all'Empereur, “enfant de la gloire”, figlio della gloria. Dello stesso autore un libro eccellente, purtroppo inedito in Italia, sulle vite parallele tra i due ultimi conquistatori ghibellini “Napoléon, Hitler: deux époques un destin” getta luce dettagliatamente non solo sulle affinità tra le due bestie nere delle oligarchie di ogni credo e colore ma rivela numerosi particolari storici sui quali i mistificatori hanno provato a gettare l'oblio per favorire gli equivoci e le intepretazioni distorte. Nulla hanno però potuto di fronte all'aura dell'Empereur, ancora così attuale, vivo e minaccioso a duecentoquarant'anni dalla nascita: nel cuore dei semplici, dei romantici, dei fieri, dei liberi, dei valorosi e dei guerrieri.

CeccoPeppe alle 16:24 in:
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domenica, 28 giugno 2009

La Finis Austriae: II parte

La Cripta dei cappuccini

La cripta dei cappuccini, con le sue tombe degli imperatori asburgici, è il simbolo del tramonto di un mondo ovvero l'impero austro-ungarico, stritolato e disgregato alla fine della I guerra mondiale e finito poi successivamente sotto lo stivale di Hitler. Il giovane Trotta, ultimo discendente dell'omonima dinastia slovena di Sipolje, è uno degli ultimi seguaci della monarchia di Francesco Giuseppe e nel contemplare la cripta, assiste silenzioso ed inerte alla triste fine del suo mondo

Il romanzo consta di due parti: nella prima viene descritta la vita del giovane e della sua generazione costituita da rampolli aristocratici, un mondo ipocrita, freddo, dove prevalgono gesti tanto rituali quanto artificiosi e atteggiamenti stereotipi e affettati; un mondo dominato dalla ennui o noia di vivere, un universo di bohemien in cui tutto è effimero e senza importanza: l'amore (i giovani fanno all'amore solo per gioco passando da una gonna ad un'altra e si sposano "per hobby"), i rapporti familiari (le madri viste alla stregua di macchine incubatrici cui si è debitori solo della vita), la Religione (si odia la Chiesa perché è di moda), il lavoro (nessuno lavora né lo ha mai fatto in vita sua).

Una società dominata da un conformismo aristocratico, freddo e privo di vita, dove si vive solo per imitare i comportamenti ipocriti degli altri, e l'esempio paradossale è dato dagli Ebrei che non venivano disprezzati dagli aristocratici perché già disprezzati dal popolino, con la lotta di classe quindi superiore agli atteggiamenti xenofobi.

Ma su questo mondo artificioso (ma in ogni caso idillico almeno dal punto di vista del protagonista) si avvertono i primi segnali del disfacimento venturo; lo scrittore inserisce - di solito nei momenti di maggiore euforia - alcuni intercalari relativi ad una inquietante presenza, presaga della terribile Guerra (la I mondiale) che di lì a poco avrebbe 
cambiato la geografia del paese e la storia della società e delle convenzioni sociali.

Unito alla visione idilliaca e spensierata della vita, nella prima parte del romanzo è diffuso infatti anche un solido senso di Patria: le varie città, nonostante le diversità, sono tutte fedeli all'Imperatore; l'impero austro-ungarico nonostante il crogiolo di etnie: Austriaci, Ungheresi, Slovacchi, Romeni, Croati, Serbi, Ruteni, Sosniaci, Svevi, Transilvani, è una Patria a tutti gli effetti.

Il viaggio del protagonista, il giovane Trotta, in un paese sconosciuto dell'Impero quale Zlotogrod, è visto come un qualcosa di kitsch e viene molto apprezzato: la stazione, la descrizione malinconica del panorama, un bar puteolente, una sterile palude, il gracidio delle rane, tutto viene considerato Patria: si avverte dalle pagine dello scrittore - molto forte - il senso di appartenenza.

Ma l'ombra, subdola, della prima guerra mondiale si estende su questo idillio bucolico: da notare che l'aggettivo "mondiale" simboleggia semanticamente, per il protagonista, la perdita del proprio mondo; ed è questo a mio avviso, il punto più interessante del libro, il passaggio sottile dal piano individuale al piano ontologico con l'autore che ammette una forza superiore, uno spirito potente cui nessuno può opporsi: la Storia Universale! Un'ondata travolgente dove gli interessi particolari vengono sacrificati a quelli universali e dove cittadine come Zlotogrod vengono - con facilità e disinteresse - completamente cancellate dalla cartina.

Il romanzo è quindi una triste storia di sconfitte che vanno dal piano nazionale (Universale) dove si assiste alla disgregazione dell'Austria-Ungheria, al pianolasciare il posto ai nascenti movimenti socialisti, fino ad arrivare al piano personale (Particolare), ed alla figura del giovane Trotta che perde nell'ordine: il suo reggimento di appartenenza, l'amore per la moglie (che capisce di non amare solo dopo averla sposata), ma soprattutto la sua tanto amata Patria.

Importante la figura della mamma del giovane che costituisce il vero e proprio metronomo che, simbolo e metafora del cambiamento, detta i tempi del passaggio da un tipo di società e convenzioni all'altro. Inizialmente quasi estranea per il figlio, chiusa nella sua torre d'avorio tipicamente aristocratica, si rende conto, meglio e prima del figlio, del cambiamento in atto: insomma nel caos in cui si ritrova il giovane al suo ritorno dalla guerra in una patria distrutta, l'unica certezza è la sua vecchia mamma che con il bastone nero tiene lontano il disordine.

Ahimè pura illusione, alla fine anche la vecchia è costretta a capitolare a causa dell'inesorabile incalzare dei tempi nuovi cioè della Storia: ed è sintomatica la scena in cui cerca di suonare il pianoforte, dimentica del fatto che ne aveva fatto strappare le corde: in effetti il pianoforte rappresenta il suo ritratto e quello della sua Società: il lato esteriore salvo e quello interiore distrutto.

Nonostante la perdita di: rango, posizione, nome, casa, denaro, valori, il giovane si trova bene a casa; ma è sola apparenza, in realtà la sensazione è quella di essere stato respinto dalla morte, di essere stati giudicato inabile a morire con tanto di invidia per i caduti.

Insomma se nella prima parte vi era una sorta di ennuì esistenziale artificiosa dovuta a quel senso di noia che sopravviene quando si ha tutto, nella seconda parte si ha invece una ennuì necessaria e ineluttabile dovuta al senso di sconfitta su tutti i fronti .

Sintomaticamente la madre del giovane Trotta muore durante la notte della rivoluzione, quasi a simboleggiare con la sua morte, la fine di un'epoca e l'inizio di una nuova, in un periodo in cui anche la Natura sembra ribellarsi con la sua fitta grandine e i frutti marci. Il giovane, rimasto solo, si limita ad osservare la realtà in maniera asettica, alla stregua di un osservatore neutrale, disilluso e con l'animo rinunciatario e pregno di rassegnazione: si sente un "estraterritoriale in mezzo ai vivi" ed emblematicamente il libro si chiude con lui da solo (con un cane e non come) che fa visita alla Cripta dei Cappuccini ed alla tomba dell'ultimo rappresentante della monarchia: l'imperatore Francesco Giuseppe mentre in città la rivoluzione ottiene il governo popolare.

Le tre stellette che gli assegno son dovute principalmente al fatto che, nonostante la tematica, il libro non decolla, non trasmette sensazioni, prosegue con una prosa piatta al limite della sciatteria che sembra trasmettere empaticamente l'ennui esistenziale anche al lettore.

SPOILER
"La musica non gli serve più" rispose il vetturino Manes Reisiger, "fa la rivoluzione" "Già non è il primo" disse Chojnicki "ma le rivoluzioni di oggi hanno un difetto: non riescono. Suo figlio forse avrebbe fatto meglio a restarsene con la musica"

Dappertutto, ovunque si mangiassero le sue caldarroste, era Austria, governava Francesco Giuseppe. Oggi niente più caldarroste senza visto. Che razza di mondo!

L'Austria non è uno Stato, non è una patria, non è una nazione. E' una religione.

Da quando ero rimpatriato dalla guerra mondiale in un paese pieno di rughe, mai avevo avuto fiducia in un governo: figuriamoci poi , in un governo popolare. Io appartengo ancora oggi ad un mondo palesemente tramontato, nel quale pareva naturale che un popolo venisse governato e che, dunque, se non voleva cessare di essere popolo, non poteva governarsi da solo. Ai miei orecchi sordi suonò come se una donna amata mi avesse detto che non aveva affatto bisogno di me, che poteva fare l'amore con sé sola, e che anzi doveva farlo, e invero al solo scopo di avere un bambino. 
(tratto da www.ciao.it)
CeccoPeppe alle 09:10 in: asburgo
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martedì, 09 giugno 2009

Controrisorgimento: il movimento filoestense apuano e lunigianese

Caro amico, cara amica,
 Eclettica Edizioni, nuova casa editrice nata da poche
settimane in terra apuana, è lieta di annunciare l'uscita
del nuovo libro di Nicola Guerra, giovane ricercatore
massese, dal titolo "Controrisorgimento, il movimento
filoestense apuano e lunigianese".
Si tratta di un ottimo lavoro d'archivio che rappresenta una
nuova visione del Risorgimento a Massa, Carrara e Lunigiana,
a 150 anni dall'annessione al Regno Sabaudo.
Il volume di Guerra, 140 pagine, è già presente nella
maggior parte delle librerie massesi e verrà distribuito
nei prossimi giorni anche a Carrara e Lunigiana.
La presentazione ufficiale è prevista sabato 13 alle ore
17 presso la sala pubblica di Palazzo Bourdillon in piazza
Mercurio a Massa, alla quale saremmo felici se vorrai
partecipare.

A seguire, la mia recensione del libro

-Ci sono eventi, in tutte le epoche, che la storiografia ufficiale trascura per lungo tempo perché difficilmente integrabili in una verità storica data per assodata…- 
Già dalle prime righe dell’introduzione alla sua ricerca “ Controrisorgimento. Il movimento filoestense apuano e lunigianese ” appare chiaro lo scopo del libro del giovane studioso massese Nicola Guerra, scopo che egli stesso chiarisce poco dopo: far luce sull’opposizione al risorgimento avvenuta nella nostra provincia all’indomani della sua annessione al Piemonte. Lo studio di Guerra si presenta come un serio e documentatissimo lavoro condotto con criteri scientifici, quindi del tutto imparziale. Però, o forse proprio per questo, rappresenta di fatto una coraggiosa opera di revisionismo storico, in quanto abbatte pezzo per pezzo importanti dogmi     dell’ epopea risorgimentale costruiti ad arte dai vincitori filo-sabaudi e mai fino a questo momento analizzati criticamente. E lo fa, come già detto, alla luce di numerosi documenti, reperiti principalmente all’Archivio di stato di Massa.
Che il Risorgimento non sia stato un movimento di popolo e che le varie annessioni piemontesi non si siano avute all’insegna di allegri sventolii di tricolori è cosa ormai accettata persino dalla storiografia ufficiale, ma, almeno per quanto riguarda il centro-nord Italia, si è troppo a lungo taciuto ad esempio sulle persecuzioni politiche e giudiziarie subite dai nostalgici dei regimi pre-unitari. Come rileva giustamente Guerra, dopo la ritirata delle truppe estensi da Massa e Carrara la “caccia al legittimista” aperta dai commissari politici, dittatori in nome del Savoia, portò a così tanti arresti da causare in pochi mesi problemi di sovraffollamento al carcere cittadino ! A ciò si arrivò attraverso l’instaurazione di un regime di terrore, che aveva nello spionaggio uno strumento importante, il quale coinvolgeva soprattutto bottegai e venditori, i quali erano spesso tenuti a riferire se i clienti si lasciassero andare a o meno a esternazioni filo-estensi o anti-italiane.* Le spese per mantenere l’apparato spionistico arrivarono in poco tempo a costituire una voce importante del bilancio uscite (sic). I documenti reperiti dal Guerra rivelano come il nuovo governo abbia privato il popolo degli elementari diritti politici e di espressione. I numerosi arresti sommari infatti riguardavano spesso meri reati d’opinione. A titolo di esempio: nel 1859 tale Giò Tartarici del Cinquale venne arrestato perché, udito rimproverare il figlio che gridava “W l’Italia”, l’avrebbe invece spinto a gridare “abbasso l’Italia” Ma queste imposizioni anti-liberali rivelano un aspetto fondamentale e volutamente trascurato dalla tradizione storiografica dominante: il grande consenso che avevano nella nostra attuale provincia, presso tutti gli strati sociali, il governo estense ed il Duca Francesco V. Nel corso dei mesi, e ancora durante tutto il 1860, si susseguiranno proteste e veri e propri atti di sabotaggio contro l’occupante piemontese. Moltissimi sono stati (altro elemento per troppo tempo taciuto) gli esuli apuani che sono emigrati, ad esempio nel Veneto austriaco, magari con l’intera famiglia, per non accettare il nuovo governo. Essi sono stati spinti a ciò in parte dalla fedeltà alla Casa d’Austria-d’Este, in parte, ed oltre a ciò, dal fatto che la vita nel nuovo stato non era certo facile per chi aveva fama di essere o essere stato filo-estense: queste persone spesso non ottenevano neanche il permesso di avviare un’attività lavorativa. L’emigrazione diventava allora un’esigenza, anche se come già detto ad emigrare furono prevalentemente volontari, che spesso continuarono la lotta legittimista nell’esercito estense di stanza in Veneto, che rimase operativo fino al 1863 e si sciolse solo in seguito ad un preciso ordine austriaco
 
 
 
 
*Nel 1829 morì Maria Beatrice Este, ultima Duchessa di Massa Carrara, e la sua eredità fu raccolta da suo figlio, il Duca di Modena Francesco IV, al quale successe il primogenito Francesco V. La signoria estense sulle terre Apuane si esaurirà solo nel 1859, in seguito all’occupazione sabauda

 

CeccoPeppe alle 19:46 in: storia
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domenica, 07 giugno 2009

Sollevazione contadina o brigantaggio?

Si torna a parlare di revisionismo risorgimentale nell'edizione di oggi del "Corriere della Sera". Nella rubrica di Sergio Romano un lettore, Fulvio Caperzoli, afferma di essersi interessato alle rivolte post-unitarie dei meridionali, che hanno causato a suo dire almeno centomila morti di cui la metà civili.  A questo punto, si chiede, perchè continuare a parlare di briganti e non dire che quella contro i "liberatori" fu una grande sollevazione dei contadini del vecchio Regno del sud? Dal mio modesto punto di vista la risposta è soddisfacente: Romano non è legittimista come noi, ma di certo è privo degli stereotipi e pregiudizi di una certa storiografia. Chi segue quotidianamente la sua rubrica lo sa. La definizione di "briganti" per i meridionali che non accettarono il dominio piemontese è di certo partigiana, ha affermato infatti il giornalista. La rivolta fu secondo lui una grande jacquerie, sul modello delle rivolte nelle campagne europee dell'antico regime. Prima bistrattata dalla striografia risorgimentale, poi rivalutata dalla seconda guerra mondiale in poi. Comunque sia, ha concluso, parlare di "imponente sollevazione contadina"  sarebbe troppo generoso. Qua noi non siamo d'accordo, e ci sarebbe piaciuto leggere righe più coraggiose, in cui si ci fosse un riferimento più inequivocabile ai gravissimi crimini dei Sa(bo)ia (omaggio al caro amico Borbonico) e dei loro collaboratori. Comunque sia, un altro paio di maniche rispetto ad un articolo, sempre nell'edizione di oggi, che dopo aver giustamente stigmatizzato la moda di scarabocchiare i monumenti storici, tra cui quello dedicato alla battaglia si Solferino, se la prende con il revisionismo risorgimentale sarcasmando sulla rivalutazione dei Borboni, del Papa Re, sul fatto che  ".. si piange sugli zuavi pontifici.."    ecc . All'autore del banale articolo in questione, rispondiamo come sempre urlando: "Viva l'Imperatore, viva l'Austria ! "                                                                                               

CeccoPeppe alle 18:48 in: storia
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sabato, 30 maggio 2009

La Finis Austriae: I parte.

La Marcia di Radetzky

Suo figlio era morto. Il suo lavoro compiuto. Il suo mondo crollato.

Il lento ed inesorabile declino dell'Impero austro-ungarico e della Casa asburgica è raccontato da Joseph Roth attraverso la storia della famiglia Trotta e di tre generazioni di uomini. Dall'eroe di Solferino, un piccolo sottotenente di origine slovena che salva la vita dell'Imperatore, ottenendone un titolo nobiliare; a suo figlio Franz, ligio capitano distrettuale a W., in Moravia; fino al nipote, il giovane Carl Joseph, sottotenente di fanteria che si troverà a combattere la I Guerra Mondiale.

Nel romanzo, l'ascesa e il declino del casato dei Trotta riflettono la progressiva dissoluzione della monarchia di origine divina di Francesco Giuseppe. L'Imperatore è l'ombra che aleggia su tutti i personaggi, accompagnandone le storie e quasi perseguitando il più giovane, accanto al fantasma dell'eroico capostipite, incarnato dal suo onnipresente ritratto. Il soldato Carl Joseph, ossessionato dal nonno e incapace di "dimenticare i morti" e di lasciarsi alle spalle il dolore, è colui che più di ogni altro sente l'approssimarsi della fine, scorgendo le crepe all'interno del corpo maestoso dell'Impero, a cominciare dall'esercito, e convincendosi del proprio destino di 'ultimo' del casato. Il giovane affoga così il proprio cupo malessere, quasi un 'male di vivere', nell'alcol, nel gioco e nell'amore sconclusionato per una matura donna sposata. Il suo casato è nato ed è destinato a morire con Francesco Giuseppe; il legame è invisibile ma tenace, quasi prefigurato dalla sempre più evidente somiglianza fisica, mano a mano che gli anni passano, tra il devoto capitano distrettuale, uomo del passato e vero protagonista di questa tragedia storica, e l'Imperatore.

Il romanzo è malinconico, i toni sono grigi e cupi, la decadenza è palpabile e la stessa Marcia di Radetzky echeggia come un presagio di morte. La pioggia domina i paesaggi e, sin dalle prime battute, si intravede chiaramente l'epilogo: quella terribile e assurda carneficina che fu il primo conflitto mondiale, che avrebbe spazzato via l'impero secolare degli Asburgo insieme a milioni di vite umane. L'autore lascia che il destino, questa forza superiore e inesorabile, faccia il suo corso, abbandonando i propri personaggi al flusso degli eventi, consapevoli della fine eppure ignari, come lo stesso Francesco Giuseppe, prigioniero del proprio ruolo e delle propria straordinaria longevità, e la cui morte conclude il racconto. Da Solferino alle prima battute della Grande Guerra, è come se il cerchio si chiudesse.                    tratto da lisavagnozzi.blogspot.com
CeccoPeppe alle 15:42 in: asburgo
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giovedì, 28 maggio 2009

Conferenza dell'Associazione Mitteleuropa a Milano

Conferenza - incontro

 

con il cons. dott. Paolo Petiziol

presidente dell’Associazione Culturale Mitteleuropa

sul tema

Milano e Mitteleuropa

suggestioni ed opportunità di una centralità europea

 

 

giovedì 28 maggio 2009

ore 21,00

Fondazione Culturale San Fedele

Piazza San Fedele, 4

Milano

CeccoPeppe alle 09:07 in: europa
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mercoledì, 20 maggio 2009

Gli Stati Uniti della Grande Austria

tratto da Wikipedia

 Gli Stati Uniti della Grande Austria (tedesco: Vereinigte Staaten von Groß-Österreich) furono un progetto di riforma radicale dell'Impero Austro-Ungarico proposto da un gruppo di studiosi vicini all'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este e a sua moglie Sophie Chotek, di origine ceca, mai realizzato. Questa specifica proposta venne concepita da Aurel Popovici nel1906.

Uno dei problemi maggiori che caratterizzava la monarchia duale dell'Austria-Ungheria era la presenza nel territorio dell'Impero di undici diversi gruppi etnici nazionali, dei quali solo due, iTedeschi e gli Ungheresi (che assieme costituivano il 44% della popolazione complessiva) godevano di reali poteri di governo. Gli altri nove gruppi (Cechi, Polacchi, Ruteni, Romeni, Croati,Slovacchi, Serbi, Sloveni ed Italiani) non godevano di autonomia o di diritti all'autogoverno. Il sistema duale era stato istituzionalizzato dallo zio di Francesco Ferdinando, l'imperatoreFrancesco Giuseppe nel 1867, con la divisione dello stato asburgico in due nazioni, l'Impero d'Austria a guida tedesca e il Regno d'Ungheria, a guida magiara. Tuttavia dopo diverse manifestazioni, rivolte ed atti di terrorismo era chiaro che il sistema centrato sul dominio di due sole nazionalità non garantiva stabilità per un'Imperò così plurietnico e non poteva realisticamente durare in perpetuam.

Mappa linguistica dell'Impero Austro-Ungarico, 1911

Francesco Ferdinando aveva intenzione di ridisegnare radicalmente la mappa dell'Austria-Ungheria, creando una serie di stati semiautonomi di matrice etnico-linguistica, che fossero parte di un'amplia confederazione chiamata Stati Uniti della Grande Austria. In base a questo progetto l'identità nazionale e linguistica era incoraggiata e venivano riequilibrati i diritti e l'esercizio del potere fra le diverse nazionalità. L'idea incontrò però pesanti opposizioni nell'area magiara della monarchia, in quanto prevedeva un deciso ridimensionamento territoriale dell'Ungheria.

Comunque, l'Arciduca venne assassinato a Sarajevo nel 1914, evento che diede origine al primo conflitto mondiale. L'Austria-Ungheria venne sconfitta e smantellata, e sulle sue ceneri vennero creati numerosi stati, mentre diversi territori asburgici vennero ceduti alle potenze vincitrici della Triplice Intesa.

I seguenti territori dovevano diventare stati federati secondo la proposta di riforma]:

Deutsch-Österreich (Austria tedesca, odierne Austria e Italia (Alto Adige)) e Repubblica Ceca meridionale, di lingua tedesca

Deutsch-Böhmen (Boemia tedesca, parte nordoccidentale dell'odierna Repubblica Ceca), di lingua tedesca

Deutsch-Mähren (Moravia tedesca, parte nordorientale dell'odierna Repubblica Ceca), di lingua tedesca

Böhmen (Boemia, parte meridionale e centrale dell'odierna Repubblica Ceca), di lingua ceca

Slowakenland (Slovacchia), di lingua slovacca

West-Galizien (Galizia occidentale, parte dell'odierna Polonia), di lingua polacca

Ost-Galizien (Galizia orientale, parte dell'odierna Ucraina), di lingua ucraina o rutena

Ungarn (Ungheria), di lingua magiara

Seklerland (Szeklerland, parte dell'odierna Romania), di lingua magiara

Siebenbürgen (Transilvania, parte dell'odierne Romania e Ungheria), di lingua romena

Trient (Trentino, parte dell'odierna Italia), di lingua italiana

Triest (Trieste, parte dell'odierna Italia), di lingua italiana

Krain (Carniola, corrisponde all'odierna Slovenia, più parti dell'odierna Carinzia austriaca, del Tarvisiano e dell'Oltremura ungherese), di lingua slovena

Kroatien (Croazia), di lingua serbo-croata

Woiwodina (Voivodina, parte dell'odiera Serbia), di lingua serbo-croata

Inoltre una serie di enclavi, soprattutto di lingua tedesca, in Transilvania orientale e in altri territori avevano diritto ad un'autonomia limitata.

CeccoPeppe alle 17:47 in: asburgo
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